Nietzsche per de Lubac
un confronto con altri autori
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Henri de Lubac
[Nietzsche e Péguy]
«Se Socrate equivale all’uomo moderno, in questo senso noi saremo sì contro di lui, senza però essere per questo con Nietzsche. Piuttosto con Péguy; infatti Péguy ci salverà da Nietzsche. Si potrebbe essere tentati di accostarli; di farli almeno concorrere ad uno stesso fine. Non ha Péguy maledetto il mondo moderno, questo mondo laicista e razionalista, che finisce in una critica sterile, questo mondo che tutto “avvilisce”? E non ha egli elevato contro di esso un mondo sacro, tanto pagano che cristiano?
Senza dubbio; ma per comprenderlo, bisogna ancora sapere di quale paganesimo egli parli, e tener conto delle situazioni. Péguy, notiamolo bene, aveva dinnanzi ai suoi occhi, il mondo “antico”, cioè il mondo pagano di prima di Cristo,' nel suo più alto sforzo morale e religioso. Aveva dinnanzi ai suoi occhi quella parte dell’anima che valeva più dei suoi dei, dei suoi miti. Egli vedeva Sofocle e la sua Antigone, il Severo di Poliuto e Platone. E dal tempo in cui componeva e viveva il suo dialogo dell'anima antica e dell’anima cristiana, il problema si è spostato. Potente nel distruggere, il laicismo che egli denunciava potente non poteva essere nell’edificare. Esso ha scavato il letto di un nuovo paganesimo le cui onde oggi s’infrangono sopra di noi; un paganesimo che è tutto diverso da quello che Péguy aveva onorato: non simbolo anticipato della luce cristiana, ma paganesimo anticristiano, che incomincia col proclamare la “morte di Dio” e del quale Nietzsche fu il profeta.
Nietzsche e Péguy: due profeti che dominano la nostra epoca. Tutti e due si accordano su un’opera di critica; tutti e due maledicono il “mondo moderno”. Una parte delle loro diagnosi pure coincide . E mentre per incatenarci al carro traballante del suo Dioniso, Nietzsche è sempre più portato a maledire la croce del Cristo, Péguy mostra in Gesù colui che raccoglie tutto il tragico antico, per trasfigurarlo:
(...)
Nell’ora in cui il cristiano di Francia soffre doppiamente nella sua patria umiliata e nella sua fede minacciata, ecco qui per lui un motivo di speranza. Questo profeta straordinario, nostro contemporaneo, l’ha pure prodotto il nostro paese, il nostro paese l’ha nutrito. Non c’è uomo che sia più radicato in terra di Francia e nello stesso tempo in terra di cristianità. Non ci fa delle vane promesse come i falsi profeti, non ci lancia su vie temerarie.
Il suo programma è semplice e modesto quanto robusto. Ci insegna a “ritrovare la Francia” secondo la felice espressione di Stanislao Fumet, e a ritrovare nello stesso tempo il cristianesimo; non ad “inventare nuovi miti” — cosa puerile e pretenziosa — ma a ristabilire in noi il senso del mistero. Qui anzitutto sia diretto lo sforzo di quelli che tra noi fanno professione di fede; si mostrino essi più preoccupati di vivere del mistero che di difenderne con ansietà le formule o di imporne la scorza, e il mondo, spinto dal suo istinto di vita, li seguirà.”
[Nietzsche e Kierkegaard]
III. “L’approfondimento nella esistenza”.
“Dal Nietzsche il demolitore, al credente Kierkegaard, autore di “discorsi edificanti”, quale cambiamento di clima! Le analogie sono tuttavia numerose! . Ed è forse perchè lo presentiva, che Nietzsche scriveva a Giorgio Brandès il 18 febbraio 1888, come attirato da un enigma: “Mi sono proposto di occuparmi del problema psicologico di Kierkegaard”. “Tutti e due, si è detto, pensatori soggettivi ed appassionati, tutti e due individualisti e spingenti l’individualismo fino ad una apologia della dissimulazione, tutti e due nemici del sistema e dell’astrazione, filosofi del divenire e del tempo”.... Il linguaggio di Kierkegaard è “velato” , e Nietzsche ha scritto, pensando a lui: “Attorno ad ogni spirito profondo cresce e si sviluppa senza posa una maschera, a causa della interpretazione sempre falsa, cioè piatta, di ogni sua parola, di ogni suo passo, del più piccolo segno di vita che esso dà” . Tutti e due sono uomini di eccezione, che vivono realmente il loro pensiero, ma di fatto lo vivono fuori della vita.
Tutti e due, lettori appassionati di Schopenhauer, attribuiscono alla sofferenza una parte fondamentale; tutti e due tormentatori di se stessi. Tutti e due ancora critici del cristianesimo del loro secolo; preoccupati non di una dottrina oggettiva, ma di “forma” o di “stile di vita” interiore. Tutti e due, eroi tragici e solitari che mostrano la resistenza anche a se stessi e la durezza verso se stessi come la sola via di libertà: “Quale uomo, scrive Nietzsche, ha mai esplorata la strada della verità nelle condizioni in cui l’ho fatto, resistendo e contraddicendo a tutto quello che soddisfaceva al mio sentimento spontaneo?”; e Kierkegaard: “Il serio non comincia che là ove l’uomo, munito della esperienza necessaria, si vede obbligato da una forza superiore ad intraprendere un’opera che è contraria alle sue tendenze”. Tutti e due, uomini che si impegnano a fondo, che cercano i loro modelli presso gli antichi greci, contro la filosofia del loro tempo che tendeva sempre più a non essere altro che una filosofia di professori. Perfino nella loro opposizione essi si rassomigliano, e come l’ateismo del primo non deve essere confuso con una incredulità che sarebbe impotente a credere, così la fede del secondo non può essere confusa con una credulità che sarebbe impotente a dubitare.
Ma un altro elemento essenziale li avvicina: la loro lotta contro l’hegelianesimo (...)
Tuttavia, la critica dell’hegelianesimo (del sistema ufficiale e volgarizzato, più che del pensiero stesso del filosofo nella sua prima fase di invenzione) in Kierkegaard non ha lo stesso vigore che in Nietzsche. Ciò dipende dal fatto che Kierkegaard, lungi dal ripudiare ogni dialettica, è lui stesso un potente dialettico . La sua dialettica è qualitativa, rispetta la diversità dei piani e delle “sfere di esistenza” , perseguendo nello stesso tempo le confusioni della sintesi hegeliana, e le confusioni egualmente terribili dei pensieri senza struttura. In lui il “religioso” non risiede in una “immediatezza” qualunque, ma è posto nella sua sfera specifica egualmente distinta dall’“estetica” e dall’ “etica”... Se lo si potesse dire irrazionale, in un certo senso, non ci sarebbe nessun pericolo di confonderlo con l’infra-razionale. Kierkegaard rimette la fede nella sua sublimità scoscesa e ridà all’uomo il contatto autentico con Dio.
Aggiungiamo un altro carattere della sua superiorità sia come artista che come pensatore: il suo socratismo. Se Nietzsche è l’anti-socrate, Kierkegaard è senza dubbio il più socratico dei moderni. Tutta quella serie di pesudonimi da lui usati, è una specie di maieutica. L’ironia e l’umorismo, a modo loro diffusi un po' dappertutto, sono due categorie essenziali del suo pensiero. In questo modo egli sfugge a quella pesantezza nello scherzo dalla quale Nietzsche non è esente, anche quando dichiara che “lo spirito di pesantezza” è “il suo nemico mortale” . Egli sfugge a quello splendore troppo cerimonioso di cui il cantore di Zarathustra conserva sempre il gusto ; sfugge a quei vapori densi emananti dal suo dionisismo, a quel fanatismo settario che sfronda ogni “filosofia a colpi di martello”.
da Henri de Lubac, Il dramma dell'umanesimo ateo, cap. 2, § II.